Barcellona Olympics Game 1992

Via allora: al fischio dell’arbitro, Vincenzo e Oleg sono uno di fronte all’altro, con l’evidente maggior altezza per l’ucraino. Sotto gli occhi dell’arbitro si stringono la mano, poi si allontanano per iniziare l’incontro. Vincenzo da le spalle alle telecamere, e accenna un movimento oscillante del busto e delle spalle, simile a quello di una scimmia: è il suo modo per iniziare il combattimento. Oleg si limita a guardarlo con quell’espressione che non dice niente ma, se la guardi bene, invece dice tutto. Passa solo qualche secondo, due, tre, quattro. Vincenzo ha un movimento della mano destra verso l’avversario. Sembra la mossa del combattente che vuole stringere un’altra volta la mano all’avversario, prima di iniziare la battaglia. O forse no. È solo il tentativo di studio di una tattica particolare. Koutcherenko è veloce come un serpente. Blocca la mano destra di Vincenzo con la sua sinistra, lo sbilancia di quel tanto che gli permette di passare la sua destra alle spalle di Maenza, altezza della cintura, lo alza di forza e lo spinge a terra passandogli dietro. Sono passati cinque secondi di gara, 1-0 per Koutcherenko. Non è finita. Oleg agguanta Vincenzo e se lo trascina dietro in un rotolamento che porta i due atleti fuori dalla materassina. Sono passati 11 secondi. Il risultato adesso è di 3-0 per l’ucraino. Vincenzo riprende la posizione, ma ha la faccia sorpresa, terribilmente sorpresa. Ha capito di avere sbagliato. Ma ci sarebbero quattro minuti e 49 secondi per ribaltare l’incontro. Ci fosse Romanacci accanto a lui, gli direbbe di mantenere la calma e di iniziare come se niente fosse successo. Piano piano Oleg avrebbe ceduto fisicamente. Non può resistere molto. Vincenzo inizia la sua lotta, a spingere, ad attaccare come un ossesso. Ma si capisce che non è una lotta riflessiva. La calma di Vincenzo se ne è andata. Vincenzo parte a spron battuto e a testa bassa. Non ragiona più, non pensa più alle tattiche. Vuole subito recuperare. Immediatamente. Non c’è più il momento di riposo, che sarebbe stato propizio. Qualcuno glielo avrebbe detto di non esagerare. Di usare con calma tutto il tempo a disposizione. Di demolire Koutcherenko passo dopo passo. Se lo attaccava in quel modo avrebbe fatto il suo gioco. Ma non c’è niente da fare. Durante l’assalto, Vincenzo è colpito da una testata involontaria, e si deve massaggiare vigorosamente. Poi ancora un altro colpo al viso, il tutto perché adesso va avanti con la sola grinta. L’arbitro comunque premia la maggiore intraprendenza dell’italiano, anche perché si capisce da subito che Koutcherenko passerà tutto il resto dell’incontro in difesa, senza nessuna intenzione di attaccare, e punisce l’ucraino per passività. Si ricomincia dalla posizione di greca, ma Oleg sembra una tremenda biscia di quasi un metro e 70, e scappa strisciando sino alla zona di passività, senza che Vincenzo riesca a bloccarlo. Dopo qualche istante nuova passività per Koutcherenko, con annessa ammonizione dell’arbitro, perché è palese che l’ucraino sta contravvenendo alla prima regola della lotta, cioè si sta sottraendo al combattimento. Di nuovo Oleg sotto e Vincenzo sopra, la posizione preferita dall’italiano, che ce la mette tutta per riuscire a girare l’avversario per prendere almeno uno o due semplici punti che intaccherebbero il morale dell’ucraino. Anche sta volta, Koutcherenko scappa via, scivolando dalle mani del nostro Pollicino. È appena passato un minuto e mezzo dei cinque dell’incontro, e sembra il momento migliore del faentino. Si scioglie la scarpa sinistra dell’italiano, l’incontro è interrotto, e il momento sarebbe giusto per riflettere un po’ e riordinare le idee, capire che c’è ancora tempo. Ci vorrebbe solo un po’ di calma, bandire la precipitazione, perché Koutcherenko ha sciupato un sacco di energie per scappare via come un’anguilla. Dovrebbe essere ormai sul punto di crollare. Il tempo, se Vincenzo lo sapesse usare, giocherebbe a suo favore. Ma ormai il piccolo italiano guarda al tempo come al peggiore dei suoi nemici. Lo aveva detto Romanacci. Quel tempo che passa risuona nel cervello di Vincenzo come un tamburo. Quel maledetto tarlo che lo sta rodendo dentro, gli scandisce ogni attimo che passa. Lo incita a fare presto, a insistere, a non pensare e attaccare. No, sta forse urlando dentro di sé Romanacci. È la tattica sbagliata. In tribuna tutti i tifosi di Koutcherenko, tutti i compagni, lo incitano a gran voce di stare passivo. E Koutcherenko è di nuovo pescato dall’arbitro in passività. Evviva, è squalifica. Invece no, perché i cambiamenti del regolamento, incrementando la lotta a terra, hanno eliminato la squalifica per la terza passività. L’ucraino ancora giù, e siamo intorno ai tre minuti. Occasione ancora favorevole a Vincenzo per girarlo, e cercare di pareggiare. Stavolta Vincenzo lo afferra, si sforza notevolmente, sa che questa azione è quella decisiva. Deve essere decisiva. Vincenzo alza Oleg, sembra che effettivamente sia quella buona, stavolta la presa regge, mentre prima, nelle due occasioni precedenti, si era sciolta. Rotolando sulla materassina, la presa di Vincenzo, sbagliata per troppa precipitazione, non è efficace. Le mani si stringono inutilmente. Ma stavolta sembra la volta buona, Koutcherenko non è scappato in tempo. Vincenzo lo sta tirando su, lo sta staccando. Oleg non è certo i 190 chili che Vincenzo tira su in allenamento, ma è carne viva, che si agita e si dimena. Mentre l’attimo sembra buono per prendere punti, le mani del faentino si aprono. Oleg gli scivola via. E allora via da capo. Spingi e stringi, attacca a testa bassa. Vincenzo ci prova in ogni modo, si vede che fisicamente è molto meglio preparato dell’avversario. Si arriva quasi all’ultimo minuto che l’arbitro, irritato dalle continue e imperterrite passività dell’ucraino, gli impone addirittura la quarta passività. Stavolta Koutcherenko protesta, anche il suo staff si alza per contestare. Vincenzo si lascia trascinare dall’emozione, dal nervosisrno, e dà un colpetto all’avversario quasi a invitarlo a ubbidire all’arbitro, a non fare storie. I due si guardano. Vincenzo cerca di leggere un attimo di smarrimento negli occhi di Oleg. Invece legge una cosa diversa. Una furbizia tremenda, da sfociare nella cattiveria. Nella faccia di Koutcherenko, Vincenzo vede, per la prima volta, l’aspetto di quel maledetto tarlo che lo rode fin dalla nascita. Lo deve battere, lo deve sconfiggere. Lo ha combattuto per tutta la vita. Non lo può far vincere proprio adesso. Koutcherenko si convince e si mette in posizione di greca. Vincenzo gli si pone sopra, l’arbitro fischia, manca solo una quarantina di secondi alla fine. O adesso o mai più. Vincenzo lo afferra, adesso lo prende… Se questa fosse una favola, sarebbe il momento della rivalsa dell’eroe buono sull’avversario brutto e cattivo. Sarebbe l’ora della riscossa. Pollicino toglierebbe all’ orco i suoi stivali delle sette leghe e lo farebbe finire nel precipizio. Vincenzo alzerebbe l’avversario e lo girerebbe a terra una volta, due volte, tre volte. Una proiezione dopo l’altra. E sarebbero due, tre, quattro, cinque punti. Koutcherenko sarebbe finito, non potrebbe resistere. Sarebbe inesorabilmente sconfitto. Maenza sul podio accarezzerebbe la sua terza medaglia d’oro, la porta aperta per entrare nella leggenda dello sport italiano, ma anche della lotta mondiale. Ma questa storia non è una favola. Poteva esserlo, se ci fosse piaciuto sognare. Invece no, questa favola è la realtà. E la realtà non si immagina. La realtà si racconta solamente… Vincenzo afferra l’avversario, ma questi sfugge di nuovo via, imprendibile. È come BipBip che sfugge, inesorabilmente, a Will Coyote. Per la quarta volta, Koutcherenko raggiunge come un coniglio impaurito la salvezza, la zona rossa dell’interruzione del combattimento. Si salva dalle grinfie di Vincenzo. Maenza capisce che stavolta è finita per davvero. I secondi scorrono via, lui ci prova ancora, ma sono dei tentativi del tutto inutili. Finisce il tempo, l’arbitro fischia. Solo adesso l’ucraino va con le spalle a terra, dopo aver fatto un salto con annessa capriola. E’ lui il campione olimpico e il nostro Maeza è “solo” secondo.

(tratto da Cuore di Pollicno di Andrea Bacci, Limina editore)

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