Ho cresciuto io Vincenzo e i suoi fratelli

Ho cresciuto io Vincenzo e i suoi fratelli, Enza, Vito e Debora. I loro genitori, Antonio ed Edda, lui barbiere e lei operaia in un’industria di succhi di frutta, hanno sempre lavorato molto. Così mi sono trovata a far da mamma a quasi tutti i miei nipoti, Vincenzo compreso. Da ragazzino, oltre che andare a scuola, aiutava il padre nel negozio di barbiere. Vivace e sempre voglioso di fare, il suo incontro con lo sport è stato favorito da un cliente, Antonio Randi, al quale Vincenzo insaponava il viso. Randi lo vide mingherlino e consigliò a mio figlio Antonio di mandarlo in palestra perché s’irrobustisse. Anche il medico di famiglia aveva dato un consiglio simile, perché mio nipote aveva una brutta forma di scoliosi. Dopo varie discussioni, prevalse la mia decisione di mandarlo in palestra, anche se sarebbe stato più utile che avesse continuato ad aiutare il padre al negozio. Fu Randi a indirizzarlo alla lotta. A dire il vero, io ero favorevole al fatto che praticasse ginnastica e non quello sport, ma piuù tardi dovetti arrenderemi. Dopo un anno e mezzo, mio nipote aveva fatto tali progressi da entrare a far parte della squadra dei giovanissimi della Nazionale. Ha avuto tante soddisfazioni, ma non come la medaglia d’oro conquistata a Los Angeles, che rappresenta il coronamento di anni di sacrifici, di allenamenti, di ore e ore trascorse ogni giorno in palestra, di tante rinunce. Quando la notte del 2 agosto, nella nostra casa affollata di parenti e amici, abbiamo assistito alla sua vittoria, abbiamo dato sfogo alla nostra gioia. Abbiamo pianto, ci siamo abbracciati, abbiamo brindato. Io non mi intendo di questo sport, ma vedere mio nipote balzare per la felicità sulla materassina, mentre l’avversario era a terra battuto, è stato un grande momento per tutti noi.

(tratto da Cuore di Pollicno di Andrea Bacci, Limina editore)

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