La Romagna Olimpica: Maenza due ori, un argento e una vita a testa alta contro tutti

FAENZA – Vincenzo Maenza, faentino, 50 anni, due medaglie d’oro e un argento in tre Olimpiadi consecutive nella lotta greco-romana: basta questa come presentazione. Diamante grezzo ma già sfavillante, a dodici anni (e 27 chili) entra nel giro azzurro: non ne uscirà più. Se il bruco è diventato farfalla lo si deve anche a nonna Provvidenza (di nome e di fatto): è lei che lo cresce assieme ai tre fratelli, al posto della madre sedicenne. E’ lei che prima di ogni gara del giovane Vincenzo si fa prendere dall’ansia: “E’ fragilino, non lo mando”, diceva puntualmente a Napoleone Meinardi, dirigente federale. “Signora, – insisteva Meinardi – le è piaciuta la medaglia di Vincenzo l’ultima volta?”. “Sì…”. “Allora ce lo lasci”.

Da quel momento la nonna ci prende gusto. Il nipotino, detto Pollicino per ovvi motivi, oltre agli allori olimpici, le regala due argenti mondiali, 13 titoli italiani e uno europeo. A Los Angeles ‘84 Maenza conquista il primo oro, ma per molti è bigiotteria: mancano i favoritissimi dell’Est. Potrebbe cavalcare la polemica e non lo fa: si allena a testa bassa per battere anche gli scettici a Seul ‘88. A 30 giorni dai Giochi pesa 55 chili, sette più del limite: le saune e una dieta maniacale gli fanno guadagnare la fame giusta, ma di vittoria. In finale abbatte il polacco Glab. Il secondo oro olimpico è anche la sua soddisfazione più grande: “L’Italia – spiega oggi Maenza – è un paese strano, siamo tutti buoni a criticare e basta. Per me ha parlato la vittoria”. Nel ‘92, a Barcellona prova uno storico tris, ma porta a casa ‘solo’ la terza medaglia. Una piazza d’onore tiratissima, tesa come la mano di Vincenzo a inizio match verso il sovietico Oleg, che non restituisce la cortesia, anzi: quella mano l’afferra, e lo mette a terra. Una mezza scorrettezza ma tre punti che si rivelano decisivi.

Complici le nuove regole sulla lotta a terra, Oleg riesce a contenere Maenza con una strategia che nel calcio sarebbe definita catenaccio: “Si prese otto penalità per passività – ricorda Maenza -. E pensare che fino all’88 il massimo era due. Praticamente è scappato per tutto l’incontro”, ricorda Maenza. Il ritiro arriva nel ‘95, a 33 anni. Chiude col rimpianto prima dei Giochi di Atlanta dove avrebbe avuto l’onore di fare il portabandiera azzurro. A tradirlo è un infortunio al crociato. Da lì in poi, si dedica al vivaio nel ruolo di ct: “I grandi non mi interessano, mi piace veder crescere i giovani. Mi rivedo in Riccardo Brescia, romano, 16 anni, dotato e intelligente”. Ai ragazzi cerca di trasmettere doti morali e sportive. Come la forza: neanche i pesisti riuscivano a tirar su 190 chili alla panca, come faceva il campione faentino. O l’umiltà: “Nel nostro sport non puoi fare diversamente. Ho sempre chiesto il rimborso spese e basta”. Oppure l’individualismo al limite della testardaggine: “Mai avuto un procuratore. Preferivo sbagliare da solo”.

Maenza agli allievi chiede di amare la lotta perché “è uno sport di intelligenza, dove lo studio dell’avversario è fondamentale”. Pazienza se la risonanza mediatica è limitata: “L’unica vetrina sono proprio le Olimpiadi, per le quali bisogna sacrificare tutto. Ma non mi lamento!”. Un solo rammarico: “Nel ‘90 rinunciai ai mondiali e alla possibilità di conquistare il solo trofeo che mi manca perché sforai il peso di 200 grammi. Fu l’unica volta”. Così come non si ripeterà l’avventura in politica: “Mi candidai nel 2005 alle comunali di Faenza in una lista civica ma fui frainteso, volevo solo fare il consulente sportivo”. Prese un pugno di voti e da allora molti lo hanno evitato come un appestato. Lui fa spallucce (“Me ne frego”) e va avanti con la sua filosofia: “Non credo alla fortuna, ma al destino”. Il suo è vincente.

Matteo Pezzi – Link al sito originale

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