Qualcosa di leggendario

Dopo il primo allenamento collegiale la prima volta in cui ho lavorato insieme a lui, gli ho dato un programma che avrebbe dovuto seguire anche a Faenza, durante il periodo di riposo. Quando è tornato al centro di allenamento per il successivo collegiale (a Bolsena o all’Acquacetosa di Roma, tu/a), mi sono accorto che lui, il programma stabilito, non lo aveva seguito per niente, ma la colpa non è nemmeno tutta sua, perché, vuoi anche la giovane età, era stato abituato a fare un po’ come voleva. La volta dopo l’ho fatto seguire da un allenatore, lui non ha seguito ancora una volta il programma, quindi è stato punito e allontanato dalla Nazionale per un certo numero di mesi. Ma la cosa gli è servita, perché in quel periodo è stato intelligente a capire che i nuovi sistemi di allenamento gli erano più utili per vincere con una continuità migliore. Prima era un ragazzino lasciato un po’ a se stesso. Così ha capito che quei sistemi, sommati alla sua grandissima classe innata, gli potevano permettere di puntare non solo al dominio tecnico in Italia, ma anche a prospettive maggiori. Con lui io mi accanivo particolarmente, ma mi ci accanivo in senso buono, perché, insieme a tutto lo staff tecnico, avevamo capito che era dotato di una classe particolare, che certo non gli avrebbe permesso di vincere le Olimpiadi se fosse stato lasciato senza guida: da questo punto di vista Vincenzo è un fenomeno. Addirittura, se lui avesse preso consapevolezza prima di essere il fenomeno che è diventato, avrebbe vinto molto di più, anche nella categoria superiore. Avrebbe potuto fare, oltre quello che ha fatto, pure qualcosa di unico, dominare anche nella categoria superiore. fare qualcosa di leggendario.

(tratto da Cuore di Pollicno di Andrea Bacci, Limina editore)

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